Un pomeriggio a discutere di Umbria, di vini naturali, di vignaioli, di Maiale, di tradizioni, di amici, di collaborazioni, di birra e di Sommelier. Da una semplice mail alla cantina di Lumiluna in Umbria ci siamo trovati a passare un pomeriggio di Agosto attorno ad un tavolo ospiti, non poi così stranieri, coinvolti in una discussione tra amici.

Lumiluna è la storia di due amici che, dopo alcune esperienze in cantine vinicole della zona, decidono di mettersi in proprio per recuperare vecchie vigne e tornare a produrre vini di qualità evitando contemporaneamente l’espianto dei vigneti, pratica purtroppo comune in Umbria dove i vecchi proprietari non più in grado di gestire l’attività preferiscono cedere i diritti all’esterno.

Dalle vigne di Lumiluna nascono due progetti abbastanza diversi tra loro ma, in un certo senso, complementari. Da una parte Lumiluna con i due fondatori Luca e Giulio: vini classici, rispettosi dell’ambiente e dell’uva allevata in biologico, ma leggermente controllata in vinificazione per cercare di definire uno stile condiviso riconducibile al territorio e nel tempo. Accanto a questa idea, partendo quindi dalle stesse vigne, c’è il Progetto Colbacco a cui si aggiungono Guido e Marco,  il Signor Kurtz: uno spirito libero, anarchico, naturale, che dopo aver vagato in giro per il mondo è tornato a casa per creare un laboratorio sul vino naturale, per provare a trasferire nel vino le sue idee e anche un pizzico di follia. Questo si può chiamare vino collaborativo, pratica comune nel mondo birraio con le bottaie o geuzerie come Ca’ del Brado e Asso di Coppe in Italia e Tilquin in Belgio dove come qui si prende una piccola parte del mosto per lavorarlo in una maniera più personale, più estrema. I vini natutali raccontano una storia diversa: sono più intensi decisi forse sgraziati, a volte imperfetti e meno puliti ma certamente più personali, possono anche essere definiti un’opera d’arte nel senso più generale del termine in quanto rappresentano la capacità di trasferire in un oggetto qualcosa che è molto più difficile ad esprimere con le parole. 

Appena arrivati ci hanno portati in cantina per un veloce giro; la cantina è veramente piccola, il loro percorso è appena iniziato ed ora sono in una porzione di capannone con i tini di acciaio in attesa della prossima vendemmia.

In un attimo la canonica visita degustazione diventa una merenda tra amici, oltre ai ragazzi di Lumiluna arrivano quelli di Colbacco, con amici fidanzate e mogli e in un attimo loro sono in 7 e non si parla solo del loro vino ma si inizia a volare alto, altissimo.


Attorno ad un tavolo sotto le frasche. che riescono ad attenuare il caldo, siamo accompagnati nella degustazione e discussione da due diversi salami toscani, un pecorino ed un’orecchia di maiale alle erbe che doveva servire per il ripieno dell’oca a Ferragosto ma tra amici si condivide tutto e anche da sola era decisamente buona.

Essendo forestieri era logico parlare di Umbria, di denominazioni e di storia per inquadrare meglio il contesto: è una regione strana, con due DOCG di vini rossi, il Torgiano ed il Sagrantino di Montefalco nate sull’impulso di grandi aziende che le hanno rese famose ma che non sono state in grado di coinvolgere l’intera regione. Il resto dell’Umbria, oltre alla naturale presenza del Sangiovese, in continuità con la Toscana e la Romagna, è sostanzialmente una terra di vini bianchi subendo l’influenza della vicina Orvieto con vitigni quali Grechetto, Malvasia, Vermentino, ai quali si sono sfortunatamente aggiunti alcuni vitigni internazionali per produzioni più orientate alla quantità che alla qualità. Le DOC umbre non hanno quindi una vera identità come possiamo trovare altrove ma assomigliano più a dei contenitori in cui poter produrre quasi qualsiasi cosa senza una vera identità o stile condiviso.

Questo panorama apparentemente negativo può essere la forza dell’ambiente: da una parte il basso costo dei vigneti permette a giovani vignaioli di poterne entrare in possesso ad un costo minimo, dall’altra lascia ai vignaioli una grande libertà agronomica e stilistica. Con questi presupposti l’Umbria è un terreno fertile per i vignaioli naturali, produttori che cercano di recuperare tradizioni ed antiche varietà, di produrre con uno stile personale. Lasciando molto spazio alla natura, la complessità e varietà aumenta a dismisura ed è difficile ricondurre tutte le produzioni ad un unico stile condiviso: per questo motivo la maggior parte delle produzioni naturali sono proposte sotto la denominazione IGT, sufficiente a scrivere i vitigni in etichetta garantendo una grande libertà stilistica. Il discorso, dopo aver affrontato la parte produttiva, si è naturalmente spostato verso quella degustativa.  Il Signor Kurtz, anima e curatore della parte enologica del progetto Colbacco, nasce infatti come degustatore che dopo lunghi viaggi ed esperienza in giro per il mondo ha maturato una chiara idea su che tipo di vino che voleva produrre.

Si è finita la discussione parlando del ruolo del sommelier rispetto ai vini naturali. Il sommelier è quella figura professionale incaricata di selezionare il vino per i ristoranti, eventi, ecc grazie alle competenze maturate che gli permettono di riconoscere quello buono da quello difettato.  Tuttavia, con l’avvento della chimica e della tecnologia sono scomparsi i vini difettati, tutti i vini sono limpidi grazie a chiarifiche e filtrazioni dei lieviti selezionati e gli additivi correggono uve non perfette o allevate in terreni non vocati, infine l’abile uso del legno aumenta la complessità del vino perdendo in legame con il territorio. In tale contesto il sommelier ha quindi il lavoro “semplificato” ma con i vini naturali che non sono perfetti e l’equilibrio è delicato ecco che il sommelier torna ad assumere il ruolo originario  non solo distinguere il buono dal cattivo ma anche e soprattutto il significativo dal banale, quello che ha una storia vera da raccontare da quello costruito per seguire una moda. Per poterlo fare serve conoscenza, competenza, parlare con le persone, saper riconoscere la genuinità del vino e della cantina. Le associazioni che formano sommelier dovrebbero integrare nei propri programmi didattici, più di quanto già non facciano oggi, anche lo studio dei vini naturali. Il sommelier dovrebbe essere oltre ad un comunicatore del vino e promotore della  cultura enogastronomica locale anche un professionista che sappia scegliere e distinguere chi è valido da chi non merita attenzioni.

Anche alcuni giudizi sul vino probabilmente dovranno cambiare: oggi sono ancora pensati per una modalità più convenzionale ed interventista, in cui vi è ancora un giudizio positivo per un vino tecnicamente perfetto specialmente rispetto a caratteristiche che per ottenerle basta eseguire un passaggio tecnologico (ad esempio la limpidezza in un vino chiarificato e filtrato è un giudizio in realtà inutile visto che rappresenta un aspetto prettamente estetico e non di significato).  Dall’altra parte bisognerà sviluppare competenze e comprendere le modalità che permettono di riconoscere e valutare l’innovazione, la verità e l’originalità del percorso, il bene che viene fatto per il territorio.

Durante la discussione assaggiamo quindi un Merlot, Quartoprotocollo, un vitigno internazionale in contrapposizione proprio alla brutta abitudine di usare i Vitigni internazionali ovunque e comunque, lunghissima macerazione senza follature per forzare la presenza di batteri ed altri organismi che ne aumentano incredibilmente la complessità aggiungendo note animali e di sottobosco alla frutta rossa e scura intenso e strutturato, un uomo forte e deciso con le idee chiare e pronto a difenderle. 

Continuiamo con un rosato da Sangiovese, Maracaibo; ottenuto senza contatto con le bucce ma solo con la pressatura: niente fragolina di bosco tipica di molti rosati ma ciliegia croccante e mora sembra un giovane già cresciuto, che è dovuto diventare uomo presto. 

Concludiamo con il bianco, Kalima,  in piena tradizione Borgognona, lo notiamo e guardandoci negli occhi conveniamo sorridendo che nei luoghi seri si fa così, si deve fare così. bianco macerato di Grechetto e trebbiano, non solo frutta matura ma anche tante erbe aromatiche e note balsamiche, una signora elegante, decisa e sicura di sè.

Abbiamo davvero assaporato la naturalezza dei prodotti e delle persone, l’accoglienza e la voglia di condividere idee, opinioni senza reticenze. Se non avessimo avuto un impegno per cena credo avremmo continuato per ore e ore, ma questo succede quando hai a che fare con persone naturali.