Il Piemonte è la regione che si contende con la Toscana il titolo di miglior regione italiana nella produzione di vino. Propone infatti molti vini di alta qualità in quasi tutte le aree vitivinicole anche se il rischio delle semplificazioni e di dedicarsi solo alle aree più famose, come le Langhe, è sempre in agguato. Negli ultimi anni la situazione sta lentamente migliorando con alcune aree che sistanno ritagliando il giusto spazio: dall’Alto piemonte con tutte le denominazioni a base di Nebbiolo – come Ghemme, Gattinara, Carema, Boca, Bramaterra e Coste della Sesia – o il Nizza che fresca di DOCG con il suo Barbera si sta muovendo benissimo per proporre un’alternativa al Nebbiolo per chi cerca un rosso strutturato in grado di invecchiare a lungo. Per finire non può mancare la zona di Tortona che, caso unico in Piemonte, con il suo Timorasso ha reso famosa una zona con un bianco strutturato.

Una zona rimasta un po’ al di fuori di questa rinascita è quella del Monferrato Casalese. Situata vicino a Nizza ma resta al di fuori della DOCG situazione che non le permette di approfittare della ritrovata importanza.

Ho avuto l’occasione di visitare questa zona durante l’evento di SlowFood sul Grignolino, vitigno rosso autoctono piemontese mai troppo promosso e considerato e, a dire il vero, anche in questo evento non spiccava moltissimo in quanto era sovrastato dall’importanza data alla Barbera. La cantina che più mi ha colpito in questa visita è stata Marco Botto che, in una zona non aiutata ma neanche sovrastata dalle DOCG, ha saputo sviluppare uno stile molto personale affiancando ai cini più classici e riconoscibili, vini che si discostano dalla tradizione sia per quanto riguarda l’utilizzo dei soli cloni aziendali di Barbera sia per degli stili di vinificazione inusuali. Molto interessanti gli esperimenti sull’appassimento dell’uva, sia il bianco secco (Vasin) ottenuto da un particolare clone di moscato, ma soprattutto il Barberone, ottenuto da un clone di Barbera recuperato e riprodotto in una vigna aziendale, viene appassito e vinificato con una tecnica che ricorda l’amarone (di cui tenta di riproporre ironicamente il nome). Il risultato è un vino che può essere considerato l’anello di congiunzione tra il Barbera e l’Amarone con note di frutti scuri e confetturosi ma allo stesso tempo mantenendo l’acidità tipica del barbera: un interessantissimo esperimento di cui sono curioso di scoprirne l’evoluzione tra qualche anno.